Nicola Purgato Psicoanalista, Psicoterapeuta, Padova

Solitudini e identificazioni contemporanee

È ormai risaputo che l’opera di Freud e la scoperta dell’inconscio si sono prodotte in un momento preciso nella storia della famiglia moderna. Si trattava di un momento particolare di crisi i cui effetti (sempre più rapidi e manifesti) percepiamo soprattutto oggi, ma che all’epoca erano già tutti presenti, sebbene in gran parte misconosciuti grazie ad una massiccia idealizzazione vissuta a più livelli.


I fattori principali di questa crisi furono:

  1. il progresso di una concezione etica, economica e politica della libertà che tendeva a fare dell’individuo il supporto concreto di una autonomia invocata tanto nell’ordine personale che in quello sociale;
  2. il progresso della scienza, sempre più autonoma nella sua investigazione della realtà, che affermava la necessità di una scrittura matematica-formale distaccata da ogni possibile senso filosofico o religioso.

Questi due fattori non furono certamente i soli, ma sono stati senza dubbio i più potenti nell’aver fatto emergere una nuova interrogazione. Essi hanno avuto per effetto un isolamento sempre più preciso dell’individuo come tale, favorito da una enfatizzazione del concetto di libertà che lo staccava dalle sue appartenenze tradizionali (religiose, sociali, familiari) e dal progresso della scienza che aveva come presupposto l’esclusione del soggetto dalle leggi che governano la realtà. Gli enunciati scientifici, infatti, non possono essere tali se non al prezzo di lasciare da parte il soggetto concreto e singolare che li produce. 
Questi fattori, tuttavia, di rimando hanno suscitato una promozione ideologica dell’istituzione e degli ideali familiari senza equivalenti nella storia delle società tradizionali, proprio nel momento in cui i muri portanti della struttura familiare stavano sfaldandosi. In questo preciso momento la psicoanalisi ha potuto mettere a nudo le determinanti di questa struttura tramite, ad esempio, il riferimento al complesso di Edipo, alla castrazione e al disagio della civiltà, al concetto di castrazione.
All’interno di questa cornice «il concetto di identificazione ha assunto gradualmente il valore centrale che ne fa, più che un meccanismo psicologico tra gli altri, l’operazione con cui si costituisce il soggetto umano.» (J. Laplanche, J.B. Pontalis, Enciclopedia della psicoanalisi, Laterza, Bari 1993, p. 230) Ma ciò che qui ci interessa di più sottolineare è la sintesi che Freud propone nella sua Introduzione alla psicoanalisi [1932] ove sostiene che l’identificazione è «l’assimilazione di un io a un Io estraneo, in conseguenze della quale il primo io si comporta sotto determinati riguardi come l’altro, lo imita e lo accoglie in un certo qual modo in sé.» (S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi, in Id, Opere, vol. XI, Boringhieri, Torino 1979, p. 175).umano

D’altronde se è l’Altro – come lo stesso Freud ci ricordava – il riferimento princeps delle identificazioni, Lacan ribadisce e sottolinea nel testo Una questione preliminare che «la condizione del Soggetto S dipende da ciò che si svolge nell’Altro A. Ciò che vi si svolge è articolato come un discorso.» (J. Lacan, Una questione preliminare, in Scritti, II, Torino, Einaudi 1974, p. 545).

Questa affermazione mette in primo piano il fatto che il soggetto nasce nel campo dell’Altro, cioè che è preso fin dall’inizio in un “rapporto istituzionale” che lo determina e lo forma. Da questo punto di vista il “discorso del padrone” e il “discorso dell’inconscio” si equivalgono perché in entrambi il marchio che comanda lo scriviamo con la formula S1. 
«Le persone vanno a parlare da un analista delle parole che gli sono state dette, o che non gli sono state dette quando invece le attendevano. […] In analisi si cercano questi segni, questi marchi di parola. Li si ritrova se si erano dimenticati, o quando non li si è mai dimenticati, si trova l’occasione di esplicitarli, di comunicarli, di vederne le conseguenze a lunga gittata, di queste parole che vi hanno marchiato. Nell’esperienza analitica, si ha l’opportunità di prendere le distanze da questi marchi, cioè guadagnare un certo margine in rapporto ad essi. Nel discorso del padrone, un marchio particolare ha la facoltà di assorbire il soggetto. Questo discorso è il rovescio della psicanalisi in quanto, nel discorso analitico, il soggetto ha l’occasione di sputare il marchio che l’aveva assorbito. Quando il soggetto è assorbito dal suo marchio, egli non se ne distingue.» (J.-A. Miller, Quand les semblant vacillent, in «La cause freudienne», 47 (2001), p. 4)

Ora cosa si svolge nel campo dell’Altro ai nostri giorni? Quale discorso si articola e determina assoggettandolo il soggetto contemporaneo? Proviamo a seguire il filo della riflessione del sociologo, Zygmunt Bauman, che parla del discorso attuale come quello della “modernità liquida” e che lo stesso Miller cita nel suo seminario Uno sforzo di poesia del 2003.

«La situazione odierna nasce dalla radicale opera di abbattimento di tutti gli impedimenti e ostacoli a torto o ragione sospettati di limitare la libertà individuale di scegliere e agire. […] Di conseguenza, il nostro è un tipo di modernità individualizzato, privatizzato, in cui l’onere di tesserne l’ordito e la responsabilità dei fallimenti ricadono principalmente sulle spalle dell’individuo. Sono i modelli di dipendenza ed interazione per i quali è oggi scoccata l’ora di essere liquefatti. Oggi tali modelli sono malleabili in una misura mai sperimentata o finanche immaginata dalle generazioni passate, ma al pari di tutti i fluidi non conservano mai a lungo la propria forma. È molto più facile plasmarli che mantenerne la foggia.» (Bauman, Modernità liquida, p. XIII)

Questa fase di liquidità attraversa aspetti importanti della nostra vita sociale come, ad esempio, il lavoro, la comunità, l’individuo, il rapporto tra lo spazio ed il tempo e, infine, ma non ultimo in ordine di importanza, l’idea di libertà e quella ad essa collegata di emancipazione. 
A questo punto è interessante notare come Bauman ponga all’origine della modernità liquida: 
l’abbattimento di ogni forma di impedimento od ostacolo;
l’impossibilità della sostanza liquida di subire “il taglio” per la sua fluidità.
Si tratta – potremmo dire con un linguaggio psicoanalitico – di un rifiuto di accettare l’interdizione e la castrazione a livello sociale, rifiuto che ha radici lontane.
Ma veniamo ad esaminare più da vicino alcune caratteristiche di questa modernità liquida.
L’idea di libertà che il concetto di emancipazione tiene legata a sé, viene analizzato da Bauman partendo da Marcuse e dalla scuola di Francoforte che nel dopoguerra europeo misero al centro delle loro ricerche critiche il rapporto tra il cittadino e la società e dunque il rapporto tra libertà e oppressione. L’obiettivo che tale filosofia critica si poneva era la liberazione dell’individuo da tutte quelle routine e forme standard di vita che la società industriale poneva come base del contratto sociale; l’emancipazione individuale, secondo la teoria critica, passa attraverso un radicale ripensamento del rapporto tra individuo, società e stato, quest’ultimo considerato quale guida del percorso emancipativo. 
La contraddizione tutta moderna tra le aspettative dell’individuo e quelle del cittadino, è ben esemplificata dalla differenza tra individuo de jure (diritti-doveri) e l’individuo de facto (capacità di autoaffermazione). L’importanza cruciale del crescente divario tra le due caratteristiche sta lentamente distruggendo lo spazio pubblico, il luogo principe della politica, intesa come ridefinizione costante dei diritti e dei doveri del cittadino. 
Per Bauman la teoria critica classica è morta e sepolta in quanto, i soggetti a cui era rivolta, come il cittadino, lo stato, si sono ormai sciolti nella fluidità della nostra epoca: «Oggi è la sfera pubblica a dover essere difesa dall’invasione del privato, e ciò paradossalmente, al fine di accrescere, non di ridurre, la libertà individuale.» (Bauman, Modernità liquida, Bari, Laterza, 2011, p. 48)

Da questo punto di vista, gli uomini e le donne che popolano le società avanzate sono sempre più convinti che il loro successo/insuccesso dipenda esclusivamente dalle loro proprie capacità, senza nessun soccorso da parte della società. Ci troviamo, insomma, nella situazione in cui, tramontato il sogno di una autorità centrale, sia essa lo stato o il capitale, che garantisca la strada per il progresso, il mondo si trasforma in una distesa di opportunità pronte ad esser colte dagli individui per guadagnare il maggior numero di soddisfazioni possibili: «Il mondo, pieno di possibilità, è come un buffet ricolmo di prelibatezze che fanno venire l’acquolina in bocca.» (Bauman, Modernità liquida, Bari, Laterza, 2011, p. 62.)

Il soggetto moderno quindi non è confrontato con un’assenza di ideale, ma con la loro esplosione, con la loro moltiplicazione, da cui deriva una conseguenza importante: essi s’impongono meno e con meno autorevolezza. Per questo motivo il modo di godimento del soggetto contemporaneo si caratterizza, non per un superamento dei limiti, ma, secondo Lacan, per “lo smarrimento” e la “precarietà”. «Smarrito com’è il nostro godimento. E vi si aggiunge la precarietà della nostra moda, che ormai non ha luogo che nel plus-godere.» (J. Lacan, Televisione in Id., Radiofonia, Televisione, Einaudi, Torino 1982, p. 90)

La diversità degli ideali è proprio ciò che produce lo smarrimento; inoltre, la loro molteplicità li rende precari, rivelando che essi si fondano su scelte reversibili.
J.-A. Miller, nel suo corso L’Altro che non esiste e si suoi comitati di etica, ci spiega che «la rovina dell’ideale e la prevalenza dell’oggetto più di godere, nella modalità del godimento contemporaneo tende a questo fenomeno, che è stato accostato variamente in altre prospettive diverse dalla nostra: la dissoluzione delle comunità, della famiglia allargata, delle solidarietà professionali e, per utilizzare una parola gloriosa del popolo, ci introduce a un fenomeno, che si sta generalizzando, di sradicamento. Nello stesso tempo notiamo il sorgere di comunità ricomposte su nuove basi imposte dal nuovo regime dell’Altro, comunità ricomposte di nuove famiglie, di sette, di appartenenze associative, la cui importanza è maggiore rispetto al passato.» (J.-A. Miller, La teoria del partner, in «La psicoanalisi», 34, 2003, p. 76).
In queste nuove forme aggregative le identificazioni tornano in primo piano, per supplire fragilità e debolezze che si rivelano tali da subito o, al contrario, sono celate sotto i panni della forza ostentata e dell’autoritarismo.