Nicola Purgato Psicoanalista, Psicoterapeuta, Padova
Ci sono parole che feriscono e parole che, invece, hanno un potere terapeutico o, almeno, balsamico. Ma queste parole non sono uguali per tutti e non per tutti hanno lo stesso effetto. Per questo mi soffermerò un attimo per illustrare che cosa ho imparato sulla parola dalla mia esperienza di psicanalista lacaniano. Il soggetto nasce nel campo dell’Altro. L’Altro, con la A maiuscola, non è una persona ma è un luogo, quel luogo e quello spazio nel quale per caso ognuno di noi nasce: famiglia, amici, stato, secolo.
Utilizzando la filosofia di Hegel letta da Kojève alla Sorbonne negli anni Venti, l’Altro richiama alla dimensione simbolica, è la cultura e la lingua che ci determinano e nelle quali siamo immersi, anche a nostra insaputa, come accade nei primi anni di vita, a partire dal nome che per noi viene scelto.
Lacan parla di “significanti padroni” (signifiants maîtres), il nome che in psicoanalisi diamo a queste parole particolari. Significanti che marchiano ciascuno di noi in modo particolare, perché sono diversi per ognuno e, in secondo luogo, perché attorno a questi significanti si costruiscono quei nuclei associativi con altri significanti tramite cui diamo senso alle cose, diamo un nome alle esperienze, diamo forma all’informe. Per quanto nelle esperienze possiamo dare il privilegio alle sensazioni, alle emozioni o alle percezioni, è nel modo in cui le significhiamo, ossia le nominiamo, che esse avranno un peso e potranno essere ricordate, catturate, rimosse, ordinate, confrontate, rivissute. Talvolta è l’assenza di una certa parola che assume questo valore, una parola che si avrebbe voluto sentire o che avrebbe dovuto essere detta in un certo momento e invece non è stata detta, lasciando come S1 un vuoto che determinerà certi effetti, tanto quanto una parola detta.
S1 → senso (S2- S3 – S4…)
Calvino in Lezioni americane dice:
[…] penso che siamo sempre alla caccia di qualcosa di nascosto o di solo potenziale o ipotetico, di cui seguiamo le tracce che affiorano sulla superficie del suolo. Credo che i nostri meccanismi mentali elementari si ripetono dal Paleolitico dei nostri padri cacciatori e raccoglitori attraverso tutte le culture della storia umana. La parola collega la traccia visibile alla cosa invisibile, alla cosa assente, alla cosa desiderata o temuta, come un fragile ponte di fortuna gettato sul vuoto.
Per questo il giusto uso del linguaggio per me è quello che permette di avvicinarsi alle cose (presenti o assenti) con discrezione e attenzione e cautela, col rispetto di ciò che le cose (presenti o assenti) comunicano senza parole.
Le persone vengono a parlare con un analista delle parole che gli sono state dette o che non gli sono state dette quando invece le desideravano; raccontano dei loro padri cacciatori e raccoglitori nella loro storia personale. Cercano di avvicinarsi al nucleo del loro desiderio attraverso segni e marchi di parola, o dando da interpretare sintomi che a volte comunicano senza parola. Questi marchi di parola li si ritrova se si erano dimenticati o, quando non li si è mai dimenticati, si trova l’occasione di esplicitarli, di comunicarli, di vederne le conseguenze a lunga gittata. Nell’esperienza analitica, si ha l’opportunità di prendere le distanze da questi marchi, cioè guadagnare un certo margine in rapporto ad essi, in quanto un marchio particolare ha la facoltà di assorbire il soggetto.
L’essere umano è preso nel linguaggio che – da un lato – gli sottrae una certa materialità/sostanza dovendo utilizzare nomi al posto delle cose, l’assenza in vece della presenza (“il nome uccide la cosa” afferma Lacan in Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi) e – dall’altro – esso rimane lo strumento che gli permette di riprendere una certa forma/identità/rappresentazione, di poter essere semplicemente rappresentato e presentificato da quel nome.
Come afferma Maria Zambrano nel suo testo Quasi un’autobiografia:
“La vita ha bisogno della parola; se fosse sufficiente vivere, non si penserebbe, se si pensa è perché la vita ha bisogno della parola, della parola che sia il suo specchio, della parola che la rischiari, della parola che la potenzi, che la innalzi e al tempo stesso dichiari il suo fallimento.”
Èil nostro destino comune in quanto parlesseri, secondo il felice neologismo coniato da Lacan. L’anoressica, ad esempio, divora il cibo perché cerca un significante che non gli è mai stato dato/detto e che avrebbe fatto diventare il cibo veicolo di uno scambio relazionale, significando il cibo come dono d’amore. Il desiderio snatura l’oggetto trasfigurandolo, ma in questo caso è rimasto mero tramite per la soddisfazione dei bisogni. Il nevrotico, invece, solitamente si arrovella in una marea questioni perché il significante gli fa mettere in scena a sua insaputa le conseguenze di questo marchio che lo assorbe e lo determina. O pensiamo al narcisista e alla sua identificazione con il fallo.
Occorre, se non conoscere, almeno avere il desiderio di intuire cosa per il soggetto che abbiamo di fronte sia determinate o meno a livello della rete di parole, di significanti che lo hanno costituito e lo costituiscono. Solo grazie a questa propensione che richiede un certo tempo possiamo tentare di formulare delle parole che non feriscano e delle parole che guariscano, perché un significante assume importanza e senso solo in rapporto ad un discorso esistente con cui entra in rapporto.
É la storia del soggetto, la narrazione che ne fa – spesso non coincidente con la biografia storica – in quanto caratterizzata da certi significanti che marchiano a prescindere, da certe parole che hanno attribuito un certo senso agli eventi, da certi lemmi che ci riportano ad altre esperienze o vissuti. Si tratta di quello che Freud chiama “romanzo familiare”, che ha poco a che vedere con la storia oggettiva e precisa dell’individuo, ma è composto da un mix di fantasie e realtà grazie a cui nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza e poi dall’adolescenza all’età adulta, ci si distacca psicologicamente dai genitori al fine di raggiungere una propria identità separata e autonoma.
Come le fondamenta rispetto ai muri di un edificio, i significanti padroni fissano e stabilizzano una struttura di discorso. Una volta fissate le fondamenta, la struttura è fondata, ma il significante “affetta” anche il corpo, in cui carne e parola si mescolano e si fondono. Lo ribadisce chiaramente Lacan nel Seminario XX (1972-1973):
Siamo affetti da lalingua innanzitutto in quanto essa comporta degli effetti che sono affetti. Se si può dire che l’inconscio è strutturato come un linguaggio, è nella misura in cui gli effetti di lalingua, già lì come sapere, vanno ben oltre tutto ciò che l’essere parlante ha la possibilità di enunciare.
Il soggetto lacaniano è un effetto del significante e della struttura. Effetto del significante vuol dire che il soggetto, nella misura in cui come essere parlante deve servirsi del mondo simbolico (e l’uomo non può che essere un animale simbolico), non può mettersi che alla sequela di ciò che il significante dice. È il significante che parla con un altro significante e il soggetto non può che mettersi in coda, allineato e coperto. Per Lacan, come per Heidegger nel testo In cammino verso il linguaggio del 1959, non sarebbe tanto l’uomo a parlare, ma il linguaggio (almeno in un primo tempo del soggetto): “È il linguaggio che fa uomo l’uomo.”
Pur essendo il linguaggio che fa l’uomo, non esiste una parola che abbia degli effetti universali per tutti perché è nell’annodamento del significante con il corpo che il linguaggio si “corporeizza” per ciascuno. Ed è per queste che le parole per guarire o quelle che feriscono sono singolari e particolari. Generalmente siamo affascinati dalla dimensione emotiva dando ad essa una priorità logica ed esperienziale: se le parole sono dette a modo fanno bene, se sono dette male feriscono.
Senza nulla togliere alla buona forma, alla gentilezza di cui sempre più oggi si sente il bisogno e se ne parla, basti vedere le molte pubblicazioni recenti che hanno il significante “gentilezza” come chiave di volta già nel titolo, il punto fondamentale è – al di là della forma – il modo in cui ci innesta nella rete dei significanti che sono centrali per un individuo, come inscriversi nella narrazione del romanzo che il soggetto stesso ha scritto per rappresentarsi a sé e agli altri, come fare buon uso dei significanti padroni che lo identificano.
Quindi, che cosa significa narrare la malattia per la psicoanalisi? Per la psicoanalisi narrare la malattia significa far coincidere il concetto di narrazione con la malattia stessa, in quanto colui che narra è lo stesso malato, colui che narra la malattia parla sempre della propria: infatti non si può che narrare la malattia in quanto soggetti implicati in essa. Freud ha fatto della narrazione il modo con cui, attraverso il canale della parola, il paziente ascoltato riferisce la sua propria malattia. In Osservazioni su un caso di nevrosi ossessiva, afferma:
Un giorno il paziente mi riferì come per caso un avvenimento in cui ravvisai subito la causa immediata o quanto meno lo spunto occasionale che aveva provocato sei anni prima, lo scoppio del caso a quell’avvenimento che per altro non aveva mai dimenticato.
Vediamo qui come il paziente (narratore) riferisce (narra) un avvenimento presente nella sua storia; la sua narrazione coincide con la malattia di cui riferisce a Freud, ma, in questo riferire, è contenuta anche la differenza che esiste tra il narrare la malattia e il narrarla dentro ad una relazione particolare. Infatti il riferire del paziente al medico introduce una presenza che con il suo ascolto riesce a mettere in evidenza proprio ciò che non coincide tra la malattia e la storia del paziente. Nell’esempio, infatti, Freud collega e dà senso ad un fatto che il paziente non considera importante anche se lo conosce e lo ricorda. Ciò che qui mi interessa sottolineare riguarda il momento in cui il paziente quando narra qualcosa a qualcuno, ovvero quando parla della sua malattia e di ciò che gli procura sofferenza, emergano i segni per decifrare, a sua insaputa, le condizioni per la cura della sua stessa malattia. Freud ha messo in luce come il soggetto non coincide con il paziente che narra (livello referenziale del narrare) ma include anche il livello intersoggettivo del narrare, ovvero la dimensione temporale che va dal presente al passato del soggetto e viceversa. Il malato dunque soffre (sintomo) e si offre, cioè riferisce la propria sofferenza offrendola così alla decifrazione di chi ascolta. È quindi nel modo in cui si raccontano i sintomi della malattia che è possibile scorgere un’implicazione del soggetto nel significante che parla all’insaputa del paziente stesso e apre quindi alla possibilità di decifrazione, appoggio, articolazione della comunicazione della diagnosi in un discorso più ampio e profondo.
Solo a partire da queste premesse sarà possibile mettere in gioco una parola che nel capitolo del romanzo del soggetto sappia scrivere una pagina che non lacera la scrittura precedente ma si annodi e si articoli rispetto ai significati con cui il paziente fa parlare il proprio corpo sofferente.
Intervento tenuto il 15 Settembre 2022 presso la Summer School dell’Università di Bologna dedicata a La prospettiva delle Medical Humanities. Il rapporto col paziente tra evidence based medicine e narrative medicine